Piero Didio
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Gazzetta del Mezzogiorno           

12 maggio 2011

di Pasquale Doria.

 

Quando si odono i sordi brontolii provenire da Monte Cupo arriva quasi sempre la pioggia, meglio mettersi al riparo. Poi, se i tuoni si fanno sentire nel giorno di S. Vito, nessun dubbio, in pochi minuti l'acqua cade in abbondanza dal cielo.  La gente di campagna è a digiuno di nozioni scientifiche sulla meteorologia, però, difficilmente s'inganna sulle previsioni del tempo. I contadini maturano una sorte di barometro interno che fa parte del loro bagaglio culturale, attrezzi come altri e non necessariamente tutti materiali. La pazienza e la tenacia non sono meno utili per chi s'impegna nel duro lavoro dei campi. Una grandinata, in pochi minuti, può azzerare mesi di sacrifici, sudore e fatica. Fino a qualche anno fa, quando si perdeva tutto, si arrivava al punto di dovere chiedere in prestito le sementi pur di non arrendersi. Bisognava accordarsi sulla parte del futuro raccolto da cedere a chi non esitava più di tanto a lucrare sulle disgrazie altrui. Spesso s'imboccava la via più breve per inguaiarsi ancora di più. Non è finita. Sì, perché oltre alla natura che può dare e togliere senza una ragione, si sono materializzate forme di umana cecità addirittura peggiori, nella storia. La volontà di distruzione che anima ogni guerra non è forse mossa unicamente dalla follia? E così, è accaduto che le braccia che rendevano fecondo un modesto fazzoletto di terra hanno abbandonato la vanga per imbracciare un fucile. Molti non sono tornati e il più delle volte hanno perso la vita senza sapere neppure perché e per chi stavano combattendo. Sgomento e maggiore miseria hanno scandito le giornate  di chi invece ha atteso invano il ritorno di un giovane marito, di un figlio o di un fratello.  In questa cornice, quella di un tempo ciclico segnato dal succedersi delle stagioni sempre uguali a se stesse, tra vita e morte, si svolge la scorrevole narrazione sull'onore contadino proposta da Piero Didio nella sua prima pubblicazione edita da Albatros di Roma, intitolata I TUONI DI MONTE CUPO. Parla della sua gente l'autore, racconta quella parte di Montescaglioso che si è battuta con tutte le forze  per migliorare le condizioni di vita d'intere generazioni condannate ad una desolante subalternità, private non solo dei più elementari diritti civili, ma addirittura della dignità, non di rado del pane. La freccia del tempo, nelle civiltà contadine, in realtà torna sempre al punto di partenza, non procede in senso lineare e quando la modernità si affaccia su questi mondi cambia tutto rapidamente, li sconvolge. La laboriosa famiglia Giudice, tre generazioni protagoniste del romanzo che si dipana tra il 1861 e il 1943, è suo malgrado presa nel vortice di un mutamento impossibile da arrestare. Se già nel passaggio dalla prima alla seconda guerra mondiale si scorge il tramonto dell'organizzazione comunitaria su base contadina, non sempre si può dire la stessa cosa dei vincoli tutti interni a questo modello sociale chiuso, che non c'è più, che si è dissolto e che può essere rivalutato solo per alcuni considerevoli aspetti solidaristici.  In questo senso la volontà di riscatto , dolorosa ma sempre possibile, che va oltre le pagine scritte di Monte Cupo, l'eterna lotta contro ogni fascismo, è il migliore viatico di una buona narrazione che, nonostante le incertezze del presente, ancora una volta ricorda a tutti noi da dove veniamo e come potrebbe tornare ancora più nefasto nei suoi effetti  un passato che non vuole più passare.

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