Piero Didio
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Uno, nessuno e centomila

di Luigi Pirandello

Se non avete mai letto Pirandello leggete questa pagina, l'ultima pagina del suo romanzo "Uno, nessuno e centomila", ve ne innamorerete.

 

Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri;
del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un
nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi;
e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi
come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo
che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria,
sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne parli piú. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti.
A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita
non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero,
respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero.
Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.
L’ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo. Io esco ogni mattina, all’alba, perché ora voglio serbare lo spirito cosí, fresco d’alba, con tutte le cose come appena si scoprono, che sanno ancora del crudo della notte, prima che il sole ne secchi il respiro umido e le abbagli. Quelle nubi d’acqua là pese plumbee ammassate sui monti lividi, che fanno parere piú larga e chiara
nella grana d’ombra ancora notturna, quella verde piaga di cielo. E qua questi fili d’erba, teneri d’acqua anch’essi, freschezza viva delle prode. E quell’asinello rimasto al sereno tutta la notte, che ora guarda con occhi appannati e sbruffa in questo silenzio che gli è tanto vicino e a mano a mano pare gli s’allontani cominciando, ma senza stupore a schiarirglisi attorno, con la luce che dilaga appena sulle campagne deserte e attonite. E queste carraje qua, tra siepi nere e muricce screpolate, che su lo
strazio dei loro solchi ancora stanno e non vanno. E l’aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere piú nulla fermarsi nella sua apparenza e morire.
Cosí soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo
per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di
nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle
vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma
del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non piú dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioja nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo
stridío delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e cosí
alte sui campanili aerei. Pensare alla morte, pregare. C’è
pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le
campane. Io non l’ho piú questo bisogno, perché muojo
ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e
intero, non piú in me, ma in ogni cosa fuori.

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© Piero Didio