Piero Didio
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Considerazioni semiserie sulla galassia dei premi letterari

di Piero Didio

La partecipazione ai premi letterari è, per uno scrittore esordiente, premessa fondamentale per far conoscere il proprio nome e la propria opera al mondo dei lettori. Questo come principio generale. Nella realtà la partecipazione agli innumerevoli premi letterari, che annualmente vengono organizzati in giro per la penisola, si rivela una perdita di denaro e di tempo oltre che fonte di cocenti delusioni. Iniziamo dalla famigerata quota di partecipazione o tassa di lettura (che rimandano con orrore a un concetto di fiscalità di cui faremmo volentieri a meno parlando di letteratura). Da una breve occhiata ai siti specializzati nella promozione dei premi letterari si scopre che le quote richieste variano da un minimo di cinque euro (in genere per le poesie singole) fino ai venti e, persino, trenta euro richiesti per un’opera di narrativa.

Ora, le motivazioni alla base della organizzazione di un premio letterario generalmente sono di carattere promozionale: promuovere una località, un sito web specializzato, una pro loco, una marca di caffè, di liquore o altro. Qualche volta si vorrebbe rendere omaggio a un personaggio rappresentativo della cultura del posto. Nella maggior parte dei casi si creano ad hoc le motivazioni più disparate: racconti del mare, della notte, del sole, del nero, del giallo, del grano, dei cinesi e spazio alla fantasia. Ma quello che non si riesce a capire è perché, qualunque sia la motivazione alla base del premio, il costo della sua organizzazione debba ricadere su quelli che forniscono la materia prima del premio, vale a dire un’opera letteraria. E’ senza dubbio facile e comodo organizzare un evento per la gloria personale e farlo pagare a qualcun altro che già fornisce gratuitamente il frutto di una passione o del proprio tempo libero, quello scrigno di speranze custodito in qualche file segretamente archiviato nel proprio computer.  Alla quota d’iscrizione poi bisogna aggiungere il costo delle copie richieste dell’opera, da tre a cinque a dieci o anche più, facendo così lievitare il costo di partecipazione, per lo sprovveduto autore, anche oltre i cento euro. Ora moltiplichiamo tale costo per tutti i concorsi cui l’autore, di cui prima, si iscrive e facilmente si raggiunge la non disprezzabile somma di cinquecento euro. Ma cosa sono cinquecento euro a fronte della fama e del successo? Beh, certo, se il premio vinto si chiamasse Campiello o Strega centomila copie sarebbero assicurate, ma qui anche i premi di consolazione non sarebbero da disprezzare. E non è un caso che in questi premi non è prevista la quota d’iscrizione. Ma torniamo al nostro premio di provincia. Spesso mi è capitato di vedere che le copie inviate venivano addirittura vendute dall’organizzazione che, in tal modo, realizzava ulteriore cassa; per il povero autore oltre al danno anche la beffa di vedersi negare quelle due lire di diritti d’autore.

Vogliamo parlare dei premi messi in palio dall’organizzazione? La “notorietà” è quello più diffuso, come se questa potesse essere consegnato all’autore insieme alla pergamena con il proprio nome, quasi fosse cosa certa e tangibile; poche righe sul giornale locale, lette e rilette con massima soddisfazione solo dal vincitore. Ma il più delle volte i premi si traducono in coppe, targhe, pergamene; poca spesa e grande risultato. Vuoi mettere la gratificazione di leggere il proprio nome e il titolo del capolavoro per il quale abbiamo speso notti e rimediato richiami dal capo che ci sorprendeva con la nostra pennetta usb nel computer dell’ufficio mentre mettevamo a posto quel congiuntivo o quella frase che proprio non voleva scorrere. Qualche volta si vincono somme di denaro, piccole o importanti, e qui il discorso si fa più interessante, dopotutto, per i vincitori, si tratta di una soddisfazione non puramente “platonica”.

Altra cosa sono, a mio parere, quei concorsi che non prevedono costi d’iscrizione e, in molti casi, neanche l’invio materiale delle copie dell’opera che viene richiesta con invio tramite e-mail. Qui la partecipazione ha più senso, si affida la valutazione del nostro capolavoro a qualcuno che non ci conosce e che non ci rimane male se ce lo boccia, il tutto senza spendere denaro e comodamente da casa la domenica pomeriggio.

A questo punto vorrei spendere due parole sul lavoro della giuria. Un lavoro immane (oltre che, il più delle volte, gratis) che normalmente si traduce nella lettura dello incipit dell’opera, qualche pagina interna e il capitolo finale. D’altronde non si capisce come fare diversamente giacché ti mettono a disposizione due o tre mesi per giudicare una montagna di robaccia che tu pagheresti perché la leggesse qualcun altro. Ultimamente si va diffondendo la pratica di farsi inviare, dall’autore, solo un estratto dell’opera, un capitolo e una sinossi, per effettuare una prima scrematura su del materiale scelto direttamente dall’autore che, ci si augura, sceglierà la parte più interessante. I giurati ringraziano.

Per concludere, mi sentirei di suggerire all’autore che desidera cimentarsi in un contest letterario di scegliere principalmente concorsi gratuiti dove, al massimo, ci si rimette il proprio orgoglio. I premi importanti se li aggiudicano le case editrici, a noi entusiasti scrittori della domenica la soddisfazione di aver vinto un prosciutto per il premio organizzato nell’ambito della sagra del maiale nero dell’Appennino.

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